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L’ETICA DELL’INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Con lo sviluppo dell’intelligenza artificiale (AI) in numerosi campi di applicazione – logistica, trasporti e controlli di sicurezza, dalla realizzazione di opere d’arte alle traduzioni – si porranno sempre di più questioni etiche relative al nostro rapporto con le macchine. Da un lato bisognerà assicurarsi che le AI non siano dannose per gli esseri umani, dall’altro sarà necessario riflettere sulla morale delle stesse macchine. Le intelligenze artificiali del futuro saranno costruite in modo da raggiungere uno specifico obiettivo e potrà darsi che nel portare a termine il loro compito si trovino davanti a una scelta, anche piccola: per avere la sicurezza che non commettano errori, i loro programmatori dovranno prendere in considerazioni tutte le possibili implicazioni di una data scelta in un dato contesto e così prevedere possibili casi in cui le macchine potrebbero comportarsi in modo sbagliato dal punto di vista etico. Il più semplice degli esempi è quello delle automobili che si guidano da sole: cosa faranno quando dovranno decidere se investire una scolaresca o evitarla schiantandosi su un muro con gravi conseguenze per i passeggeri?

In realtà le questioni su cui esperti di robotica, filosofi e neuroscienziati hanno cominciato a riflettere – Deep Mind, una società di ricerca sui sistemi di intelligenza di proprietà di Google, ha creato insieme a Facebook, Amazon, IBM e Microsoft una “Partnership on Artificial Intelligence to Benefit People and Society” a questo scopo e in teoria ha al suo interno un comitato etico che riflette sulle implicazioni delle AI – sono di vario tipo. Molte sono già state immaginate, da decenni, dagli autori di fantascienza e sono state elencate dalla presidente dell’Istituto Foresight Julia Bossmann in un articolo pubblicato sul sito del World Economic Forum.

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NELLA LINGUA DELLA GIG ECONOMY SPARISCONO I DIPENDENTI

Le startup della cosiddetta gig economy (un modello economico basato su prestazioni lavorative temporanee) sono molto criticate per il modo in cui trattano i loro lavoratori. Aziende come Uber e Postmates sostengono che i loro collaboratori sono lavoratori autonomi o appaltatori indipendenti più che dei dipendenti a tempo pieno. A questa flessibilità si affianca la mancanza di servizi e di sicurezza sul lavoro che i lavoratori si aspettano dalle aziende.

Un’inchiesta recente del New York Times ha scoperto che Uber sta sperimentando le scienze comportamentali per spingere i lavoratori (teoricamente indipendenti) a lavorare più ore, a volte in orari e in posti meno redditizi.

Per poter continuare a dire che il loro personale non è in realtà il loro personale, è importante che queste aziende mantengano questa facciata, sono tutti gli aspetti. Il Financial Times è venuto in possesso di un documento che illustra le linee guida linguistiche di Deliveroo, un’azienda di consegne a domicilio con sede nel Regno Unito. Il documento mostra fino a che punto le aziende della sharing economy si spingono pur di limitare il rapporto di lavoro e le responsabilità verso i loro lavoratori.

 

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UN FUTURO DI FREELANCE?

Robot e Big Data non sono tutto. Se si guarda alle forze che stanno stravolgendo il lavoro, in tutto il mondo, si trova molto altro. Per esempio che siamo alla vigilia di una trasformazione potenzialmente di massa: quella dei lavoratori dipendenti in freelance. Un paio di anni fa un‘analisi di Edelman Intelligence per i network Freelancers Union e Upwork aveva calcolato che poco meno di un terzo dei lavoratori statunitensi si già poteva considerare un “freelance”. In un aggiornamento di qualche mese fa la cifra, stimata attraverso un’indagine a campione su 6mila persone, era salita al 35 per cento. Si sta procedendo verso la profezia annunciata dalla stessa organizzazione dei lavoratori autonomi americana, che si arrivi entro il 2020 addirittura ad avere il 50% di forza lavoro etichettabile come freelance.

Già oggi si parla di cifra enorme, pari a 55 milioni di persone negli Usa, che però va un po’ spacchettata. Lo studio di Edelman parla di 19 milioni di freelance puri, ossia persone che non hanno un datore di lavoro e che fanno lavori in autonomia sulla base di progetti. Altri 15 milioni sono lavoratori “diversificati”, che hanno un lavoro part-time principale che integrano con lavoretti (per esempio come guidatori di Uber). In 13,5 milioni sono stimabili i “moonlighters”, quelli che hanno un secondo lavoro dopo uno a tempo pieno. Infine altri 3,6 ciascuno sono i gruppi rappresentati da piccoli imprenditori che si identificano come freelance (per esempio chi ha creato una microimpresa di web marketing) e da lavoratori con un singolo datore di lavoro ma per lavori saltuari o comunque di breve durata. È la famosa america della Gig economy.

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