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SIAMO DAVVERO MULTITASKING?

 

Per le neuroscienze il multitasking non è possibile. Ne spiega bene il perché, in un articolo di recente pubblicato su Fortune, Earl Miller, ricercatore statunitense esperto internazionale di studi sull’attenzione e sul decision-making. In forze al Picower Institute for Learning and Memory del Mit di Boston, Miller descrive quali sono le ragioni per cui gli esseri umani non sono strutturati per svolgere più compiti contemporaneamente. Se crediamo il contrario ci sbagliamo di grosso, anche se è proprio il nostro cervello a illuderci.

Per comprendere come mai, è utile fare un paragone con un altro fenomeno cognitivo illusorio legato ai meccanismi neurobiologici con cui guardiamo il mondo. Come spiega a pagina99 Davide Zoccolan, direttore del laboratorio di neuroscienze visive alla Sissa – Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste, «noi abbiamo la convinzione di avere una visione unitaria, uniforme e istantanea piuttosto completa dell’ambiente che ci circonda, ma non è così. Quando guardiamo lo spazio attorno a noi, l’informazione che ci interessa cade sulla fovea, una regione centrale della retina dove è massima la risoluzione. Siccome però la fovea è piccolissima e quindi riesce a processare una porzione molto limitata del campo visivo, per avere una percezione dettagliata del mondo circostante dobbiamo muovere continuamente gli occhi, spostando incessantemente da un punto all’altro la direzione dello sguardo, per poi fare una specie di collage». Ci sembra così di avere una visione simultanea, ma quello che accade davvero è che raccogliamo pezzetti d’informazione in tempi consecutivi, a scatti. L’illusione di uniformità è generata dal cervello e produce la percezione di una continuità spazio-temporale nel modo in cui ci raggiunge l’informazione visiva.

Qualcosa di simile vale anche per il multitasking. Siamo capaci di passare a focalizzare la nostra attenzione su stimoli, argomenti e situazioni differenti molto rapidamente, ma questo processo è sempre seriale, come quando cambiamo la direzione dello sguardo per campionare lo spazio che ci circonda. Anche se ci sembra di lavorare in parallelo, in realtà ci concentriamo sempre su una cosa alla volta. «Questo vuol dire», continua il neuroscienziato triestino, «che lo sforzo cognitivo impiegato su uno specifico compito viene interrotto se si continua a spostare l’attenzione verso altri compiti. Se, ad esempio, stiamo cercando di risolvere un problema e allo stesso tempo rispondiamo alle email, al telefono, o chattiamo, mentre svolgiamo queste azioni non siamo in grado di continuare a lavorare al problema iniziale. In più, quando ritorniamo all’impegno precedente, in un certo senso ricominciamo daccapo». Il cervello spende cioè una significativa energia mentale per rifocalizzarsi. Si determina così non solo una perdita di tempo ma anche, come sostiene sempre Miller nell’articolo su Fortune, una diminuzione della creatività, dato che il pensiero innovativo è legato all’abilità di concentrarsi a lungo su una cosa sola.

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