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LA NOSTRA VITA È UN’OPERA D’ARTE

La nostra vita è un’opera d’arte – che lo sappiamo o no, che ci piaccia o no. Per viverla come esige l’arte della vita dobbiamo – come ogni artista, quale che sia la sua arte – porci delle sfide difficili (almeno nel momento in cui ce le poniamo) da contrastare a distanza ravvicinata; dobbiamo scegliere obiettivi che siano (almeno nel momento in cui li scegliamo) ben oltre la nostra portata, e standard di eccellenza irritanti per il loro modo ostinato di stare (almeno per quanto si è visto fino allora) ben al di là di ciò che abbiamo saputo fare o che avremmo la capacità di fare. Dobbiamo tentare l’impossibile. E possiamo solo sperare – senza poterci basare su previsioni affidabili e tanto meno certe – di riuscire prima o poi, con uno sforzo lungo e lancinante, a eguagliare quegli standard e a raggiungere quegli obiettivi, dimostrandoci così all’altezza della sfida. L’incertezza è l’habitat naturale della vita umana, sebbene la speranza di sfuggire ad essa sia il motore delle attività umane. Sfuggire all’incertezza è un ingrediente fondamentale, o almeno il tacito presupposto, di qualsiasi immagine composita della felicità. È per questo che una felicità «autentica, adeguata e totale» sembra rimanere costantemente a una certa distanza da noi: come un orizzonte che, come tutti gli orizzonti, si allontana ogni volta che cerchiamo di avvicinarci a esso.

(da Bauman, L’arte della vita, trad. it., Bari, 2009)

 

 

 

L’ARTE DALLE FOGNE

Anderson Augusto aka SÃO e Leonardo Delafuente aka Delafuente sono due artisti brasiliani del quartiere Barra Funda di San Paolo, conosciuti col nome collettivo di 6emeia.

Qual è il loro obiettivo? Portare armonia, colore e allegria tra le strade di San Paolo attraverso la trasformazione di tombini in volti umani e animali. Ecco alcune delle loro opere.

 

 

Fonte

 

UN’AQUILA CHE CON FATICA VUOLE TORNARE A VOLARE


Una scritta su quel che resta di una casa del centro dell’Aquila

Sono da poco tornato da L’Aquila, cambiata pochissimo rispetto ad un anno fa. Tolte le macerie sulle strade e ristretta la zona rossa, la sistemazione procede a rilento e, soprattutto, mancano certezze su quando la situazione tornerà normale.

A due anni e mezzo dal terremoto sono più di 35.000 gli aquilani assistiti dallo Stato che risiedono in alloggi temporanei. Di queste, poco meno di 23 mila risiedono in alloggi a carico dello Stato; circa 12 mila sono beneficiarie del contributo di autonoma sistemazione (200 euro a persona ogni mese) e 1.000 sono ancora negli alberghi e nelle caserme.

Secondo lo studio ‘Microdis-L’Aquila’, degli atenei di Firenze, Marche e L’Aquila, condotta su 15 mila terremotati, emerge la mancanza di luoghi di ritrovo per una ‘comunità morta assieme al sisma’. In sostanza manca la rete sociale.
Questo blog, però, vuole sottolineare le buone pratiche.
C’è un caso di sviluppo di rete sociale: quello della Piazza d’Arti.
Piazza d’Arti è un insieme di strutture di diversa fattura (container, case in legno) che ospitano 17 associazioni come L’Arci, Legambiente, L’Associazione italiana sclerosi multipla, un “Bibliobus”, il Museo di Arte Contemporanea, gli scout, gli Artisti Aquilani e molte altre.
L’idea di Piazza delle Arti è quella di creare uno spazio aperto dove far circolare le idee, mettere in rete conoscenze, stimoli ed esperienza per creare uno spazio sia ricreativo, ma anche di riflessione per i giovani e non solo.
E’ un’opera di ricostruzione sociale per poter riprendere le quotidiane attività di promozione culturale e sociale di cui il tessuto locale in questo momento ha grande bisogno.
Tra le azioni messe in campo, oltre una fase di mappatura del territorio e corsi di italiano per stranieri, si è riattivato il Bibliobus, una biblioteca ambulante che portava libri nelle tendopoli della città.
Con il progetto inoltre si è voluto avviare un confronto comparativo tra gli eventi sismici e le catastrofi che hanno colpito diverse località italiane in questi anni (dal Friuli all’Irpinia, dall’Umbria fino all’Abruzzo), allo scopo di individuare buone pratiche esportabili e definire così modelli positivi di riattivazione ed empowerment sociale da mettere a disposizione della comunità.

 

“La funzione principale di una città è di trasformare il potere in strutture, l’energia in cultura, elementi morti in simboli viventi di arte, e la riproduzione biologica in creatività sociale”.
(Lewis Mumford)