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COME FUNZIONA UNA CLASSE CAPOVOLTA

Della classe capovolta ne avevamo già parlato qui.

L’ONDA SILENZIOSA DELLA CLASSE CAPOVOLTA

“Quando è crollato il muro di Berlino nessuno se lo aspettava, così sarà dentro la scuola, tutto crollerà e cambierà in pochissimo tempo. Innanzitutto perché in  dieci anni ci sarà un grosso ricambio di docenti, ma non solo per questo: accadrà perché i ragazzi che escono oggi dalla scuola capiscono che così com’è non serve a niente e non la vorranno per i propri figli”. Queste sono le parole dei professori associati a Flipnet, una rete di docenti che pratica la didattica della “classe capovolta”, un metodo che stravolge l’apprendimento cancellando la lezione frontale, la divisione delle classi per età, l’ordine tradizionale dell’orario. Nella scuola italiana serpeggia il cambiamento, è un’onda silenziosa che scuote l’inerzia e si espande nelle classi senza fare rumore. Mentre tra polemiche e ritardi si tracciano i primi bilanci della Buona Scuola, ci sono professori che cercano di scardinare l’assetto didattico così come lo abbiamo conosciuto, senza aspettare circolari, riforme, permessi, decreti: lo fanno semplicemente cambiando rotta.

Sono docenti che parlano di abolire la lezione frontale, cancellare i compiti a casa, usare gli smartphone e i tablet per fare lezione; professori che scelgono di accorpare gli orari di una materia in un solo quadrimestre e trasformare le aule in laboratori. Presto, dicono, la classe come l’abbiamo conosciuta – il professore seduto in cattedra, la fila dei banchi, la lavagna – sarà solo un ricordo.

Sono decine ormai le reti, le associazioni, i siti dove i docenti si connettono, innovano cercando di portare la scuola italiana nel futuro. C’è una scuola inerte, ancora maggioritaria, stanca e immobile, ma c’è anche una scuola-cantiere dove i lavori sono in corso. E dove più che di riforme si parla di rivoluzione. “La classe capovolta è un metodo di insegnamento fortemente innovativo che oggi in Italia è anche diventato un movimento di insegnanti, noi proponiamo di eliminare dalle aule scolastiche lezioni ed interrogazioni. Al loro posto mettiamo i ragazzi ogni giorno al lavoro su compiti autentici, esercizi, attività cooperative diversificate, incentivando e non vietando la collaborazione”, spiega  Maurizio Maglioni, docente  di chimica e presidente di Flipnet, la rete di docenti che pratica la didattica della flipped classroom, la classe capovolta.

Anche il movimento delle Avanguardie Educative ha come obiettivo l’abolizione della lezione frontale. E non solo quella. “Siamo nati nel 2014, su iniziativa dell’Indire, all’inizio le scuole fondatrici erano 22, in due anni sono diventate 400 e le adesioni continuano con un ritmo di 5/6 scuole al giorno”, spiega il presidente Giovanni Biondi. “Il nostro sistema scolastico, come quello dei principali paesi occidentali, è nato con lo scopo di traghettare una popolazione di analfabeti, figli di analfabeti, verso la società industriale che stava nascendo. Ma oggi il mondo è cambiato, gli studenti sono diversi (abbiamo i licei ma non abbiamo più i liceali) e il mercato del lavoro chiede competenze. Pensiamo che nei prossimi anni la scuola sarà trasformata nelle sue dimensioni principali: il tempo e lo spazio. Gli studenti non devono stare davanti ad una cattedra, ma lavorare in gruppo. Per fare questo anche il tempo della didattica deve essere ‘smontato’ e l’uso delle tecnologie diventa fondamentale. Non si può più fare un’ora di storia, un’ora di matematica, un’ora di chimica. E il ruolo ed il lavoro dell’insegnante non si dovrà più misurare sul numero di lezioni”. Ma  i costi quanto incidono? “Nulla. Proprio nulla. I finanziamenti sono necessari per sostenere i cambiamenti, ma non sono quelli che lo determinano. Il miglior investimento è sempre nelle risorse umane“.

Dianora Bardi è una professoressa di latino che insegna le lingue antiche con il tablet. Si muove tra Bergamo, dove insegna, e l’Europa. E’ stata tra le prime ad utilizzare le tecnologie in classe, è la fondatrice di “ImparaDigitale“, l’associazione che ha formato nel 2010. “Attualmente la rete di scuole associate conta 34 istituti che fanno ricerca, sperimentano, collaborano attivamente, ma interagiamo con oltre 600 scuole e migliaia di docenti. Il nostro metodo è quello della classe scomposta: si rompe il vecchio ordine di un insegnante che dalla cattedra travasa il sapere a ragazzi disposti in una disposizione fissa davanti a lui. L’ordine predeterminato lascia spazio a una forma flessibile dell’aula che si modifica sulla base delle esigenze”. Non trovate ostacoli? “A volte i dirigenti scolastici ostacolano i propri docenti nella sperimentazione ma il cambiamento è in atto, il Ministero ha dato una fortissima spinta in questa direzione grazie al Piano Nazionale Scuola Digitale.I soldi stanno arrivando nelle scuole, la formazione dei docenti è divenuta obbligatoria, sono nati gli animatori digitali e il team dell’innovazione. Ci vorrà tempo, quanto?…non credo tantissimo, sono troppo cambiati i ragazzi perché si possa rifiutare l’innovazione”.

Nella scuola immobile, ripiegata su se stessa, il cambiamento incontra tenaci resistenze ma trova anche illustri sostenitori. Tullio De Mauro, linguista, ex ministro dell’Istruzione, non è un conservatore, lo si può incontrare nei convegni dove si discute della nuova scuola, e dove molti professori vanno con entusiasmo e a proprie spese. “L’immobilismo riguarda soprattutto la secondaria superiore – dice De Mauro – ma non si può più aspettare, la scuola si deve adeguare alla società, e questo non si fa solo con leggi e decreti. E’ necessario cambiare radicalmente: l’insegnamento monodisciplinare, il professore in cattedra, il libro di testo unico, sono tabù che vanno abbattuti”.

(Marina Cavallieri)

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