FORMARE COUNSELOR NON ISCRITTI ALL’ALBO DEGLI PSICOLOGI E’ REATO?



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Il tribunale di Milano ha depositato di recente una sentenza sul ricorso presentato da scuole e associazioni che formano o rappresentano Counselor contro alcune delibere dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia con le quali si ribadisce la piena applicabilità dell’art. 21 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.

Ricordiamo che il counseling è un’attività professionale che tende ad orientare, sostenere e sviluppare le potenzialità del cliente, promuovendone atteggiamenti attivi, propositivi e stimolando le capacità di scelta. Si occupa di problemi non specifici (prendere decisioni, miglioramento delle relazioni interpersonali) e contestualmente circoscritti (famiglia, lavoro, scuola).

La sentenza sostiene che il Counseling non è una disciplina autonoma rispetto alla Psicologia e che quindi non può essere insegnato a tutti.
La formazione di cittadini non abilitati all’uso delle tecniche psicologiche non è ammesso.
La sentenza 10289/2011 dice testualmente “Sarebbe davvero grave se si insegansse ai terzi l’uso degli strumenti conoscitivi, in un ambito professionale come quello riservato allo Psicologo che richiede, se possibile, una sensibilità ancora maggiore, trattandosi della personalità di ciascun individuo e la necessità di un lavoro di ristrutturazione dell’intimo e di riorganizzazione del sistema cognitivo-emotivo.”
E ancora “deve convenirsi con la difesa del resistente che l’insegnamento dell’uso degli strumenti a persone estranee equivale in tutto e per tutto a facilitare l’esercizio abusivo della professione, ciò che la legge e il codice deontologico (art. 9) tutelano direttamente prescrivendo comportamenti attivi per impedirlo.”

Tutto cominciò con l’Ordine Psicologi Lombardia che aveva invitato le Scuole di Psicoterapia lombarde a seguire una Carta Etica. Tra gli indicatori di qualità e di condotta etica vi era anche il fatto che la Scuola non dovesse formare counselor, di fatto infrangendo l’art.21 del Codice Deontologico.
Alcune scuole insorsero, e con loro alcune associazioni che rappresentano queste professioni. Il dott.Riccardo Zerbetto (psichiatra), in particolare, portò quindi in Tribunale l’Ordine Lombardia.
A fine maggio scorso vi fu l’udienza in tribunale e ciascuna parte rappresentò la propria posizione che ha poi portato alla sentenza in questione.

E’ doveroso sottolineare che siamo solo al primo grado e che, probabilmente, qualche soggetto interessato alla formazione di counselor ricorrerà.
Questa sentenza non fornisce strumenti per agire direttamente contro chi si propone come counselor, ma focalizza l’attenzione su chi forma counselor, su chi contravviene all’art.21, su chi trasmette conoscenze sull’uso di strumenti psicologici a non psicologi.  La sentenza afferma che chi mette in atto tale comportamento “facilita l’esercizio abusivo della professione“.

E’ giusto che il counseling, pur non essendo una terapia, sia riservata agli psicologi?
Che ripercussioni ci saranno per i counselor che esercitano la professione e che non sono iscritti all’albo degli psicologi?
Che peso hanno oggi gli ordini in Italia?
Qual è il confine tra la tutela di una professione e la mancata liberalizzazione di alcune pratiche?

I vostri commenti, come sempre, sono graditi.

La sentenza