DIPENDENZA DA LAVORO?

Sul manuale diagnostico dei disturbi mentali (Dsm) non compare, ma alcuni psicologi lo considerano un disturbo. Si tratta della dipendenza da lavoro, una delle nuove dipendenze che come il gioco d’azzardo e internet non è causata da alcuna sostanza d’abuso.Workaholic, fu la parola coniata nel 1968 da Wayne Oates, uno psicologo americano, che nel saggio Confessions of a Workaholic, dichiarò lui stesso di aver sofferto di un disturbo di eccessiva dedizione al lavoro, simile a una dipendenza da sostanze d’abuso, come l’alcol. Da qui l’unione delle parole work e alcoholic. Una definizione medica precisa del disturbo non esiste, ma secondo alcuni esperti (qui e qui per citarne alcuni), si riferisce a tutte quelle persone troppo dedite al lavoro per cui lavorare diventa una vera e propria ossessione. Ossessione che li porta a trascurare famiglia, amici, e i proprio bisogni personali, e che ha ricadute sulla salute.

Nel 1992 viene pubblicato il primo lavoro in cui si cercò di dare una definizione a questo disturbo e in qualche maniera quantificarlo. Oggi poi, volendo valutare la propria dipendenza da lavoro, sono disponibili diversi test facilmente reperibili sul web (quiqui e qui). Ma la linea di confine tra dedizione al lavoro e workaholic non è così facile da tracciare, tanto che viene spesso chiamata “dipendenza ben vestita” perché è difficile riconoscerla. Soprattutto in un momento storico come quello attuale in cui si è perennemente connessi – ed è facile portare il lavoro a casa – e il lavoro scarseggia. Così chi ce l’ha se lo tiene stretto anche a costo di lavorare più di quanto si dovrebbe. Ma come riconoscere un work-addicted? I più colpiti sembrano essere gli uomini e in particolare i liberi professionisti anche di una certa condizione sociale. Spesso si giustificano dietro frasi del tipo lo faccio per la mia famiglia o per assicurare un certo futuro ai miei figli ma in realtà dietro si nasconde un puro piacere. Ma siamo sicuri che provare piacere per qualcosa possa essere catalogato come “disturbo”? […]

Eppure sono in molti a sostenere che la dipendenza da lavoro sia una malattia a tutti gli effetti. Secondo Cesare Guerreschi, direttore clinico della Società italiana di intervento sulle patologie compulsiveintervistato da Dirigente nel 2007 non solo il workaholic «è una malattia insidiosa, che spesso non viene riconosciuta ma  scambiata con l’efficienza, la passione e la dedizione ai propri incarichi professionali»; ma a soffrirne sarebbe il 6% dei lavoratori italiani e l’8% della popolazione che lavora. Inoltre sempre stando a questo articolo, Stati Uniti e il Giappone sarebbero i paesi con la percentuale più alta di dipendenti da lavoro, seguiti da Israele. In Giappone, dove le persona lavorano in media tra le 60-70 ore settimanali, è stato addirittura coniato un termine per indicare la morte da troppo lavoro: Karoshi. […]

Insomma la nostra vita è piena di piaceri e ognuno sceglie il suo,ma lanciarsi con il paracadute o giocare d’azzardo, non possono essere considerati al pari di una malattia. «Non si può fare una valutazione diagnostica perché uno trae piacere da questo comportamento – conclude il professore dell’Università di Milano – per alcuni possono essere comportamenti bizzarri, ma è una scelta. Il problema è l’effetto collaterale. Per esempio se non si apre il paracadute o se ci si indebita giocando. O ancora, tornando alle vecchie dipendenze, di fronte a un tossicodipendente noi valutiamo i danni che quel comportamento può procurare al cervello. In questo caso ci sono degli effetti collaterali, c’è un danno per la persona, ma se una persona lavora 14 ore al giorno ed è pure contento di farlo, lasciamoglielo fare. Se a qualcuno piace buttarsi col paracadute perché gli piacciono gli sport estremi, lasciamoglielo fare. Se no finisce che qualunque comportamento umano viene psichiatrizzato, ed è un rischio molto pericoloso».

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IN AUMENTO LE DIPENDENZE PSICOLOGICHE DA INTERNET (mi raccomando, però, visitate il blog!)

Adesso si rivolgono ai siti di socializzazione, ai videogiochi, agli acquisti, al gioco d’azzardo, al microblogging, alla pornografia. La dipendenza psicologica si verifica quando una persona introduce nel comportamento un’abitudine in modo stabile, fino a non riuscire a svolgere le attività quotidiane senza . C’è un condizionamento interno, che fa tornare a ripetere molte volte schemi di comportamento fallimentare. La ripetizione mostra la mancanza dello spazio interiore, che insieme alle routine esterne deve fungere da contenitore per il rinnovamento dell’identità personale.

Se la dipendenza ha riguardato finora l’assunzione di alcol, droga e psicofarmaci, la diffusione di Internet  va forse evidenziando una causa di nuove abitudini, che richiedono d’essere identificate e curate opportunamente. playing_with_social_network_profile_pictures_640_10
Uno studio, realizzato per conto del Bundesministerium für Gesundheit (ministero della Salute), rivela che in nella Repubblica federale tedesca ben 560 mila persone soffrono di dipendenza da Internet. Sono persone dai 14 ai 64 anni, che i ricercatori dell’Universitat zu Lubeck e Greifswald (nella Germania orientale), coordinati da Hans – Jurgen Rumpf, hanno ritenuto «con difficoltà ad avere riconoscimenti e a fare amicizie nella realtà, che rinunciano alla vita reale per una virtuale».
Chi ha dipendenza psicologica da Internet trascorre in media quattro ore al giorno connesso, manifesta disturbi del sonno, dissociazione nei rapporti, perdita d’appetito e assenteismo scolastico per i più giovani.
Al contrario dell’alcolismo e della tossicomania, la dipendenza da Internet può riguardare il rapporto con i media o le attività che vi si possono praticare (siti di socializzazione, videogiochi, acquisti, gioco d’azzardo, microblogging, pornografia). Questo costringe i terapeuti a trattare in modo diverso le scelte di navigazione in Rete.
La ricerca indica che la dipendenza riguarda tutte le classi d’età nell’ambito indicato, con una percentuale del 4-6% . La popolazione a rischio in Germania raggiunge i 2 milioni e mezzo.
Tra quelli che hanno già comportamenti patologici, il 77% delle giovani è più coinvolto sui media sociali, mentre i giovani si fermano al 65%, ma evidenziano dipendenza per i videogiochi nel 33% dei casi, contro il 7% delle coetanee.
L’utilizzo dei media sociali potrebbe somigliare a quello del telefonino e della televisione. Molti giovani passano il tempo a telefonare e a scambiarsi messaggini e non sono considerati telefono o televisione dipendenti, mentre lo diventano quando fanno lo stesso su Facebook.
Internet ha il pregio e il difetto di coinvolgere maggiormente gli internauti.
Il ministero della Salute tedesco ha voluto dimensionare il fenomeno per suonare l’allarme e approntare le terapie, al primo diffondersi delle esperienze, per una prossima azione di massa.

 

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