PERCHÈ I GIAPPONESI NON RIESCONO MAI A DIRE DI NO

Ci sono cose che i giapponesi non dicono. Ad esempio, “no” (in giapponese:いいえiie). È una parola maleducata e – se possibile – si preferisce evitarla. Negare è brutto, antipatico, antisociale. Esiste piuttosto una fitta serie di espressioni, più o meno contorte, che può benissimo svolgere la medesima funziona. Come spiegava in modo ironico Dave Barry nel suo libro del 1992 Dave Barry Does Japan, le corrispondenze tra giapponese e inglese (americano) sono più o meno così:

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Sembra esagerato – specie la parte sulla capra – ma centra il punto: i giapponesi sono educati al punto da non voler mai (proprio mai) infliggere al proprio interlocutore il dolore di incontrare un rifiuto (che nella loro lingua ha anche un nome specifico: “meiwaku”). Questo tratto culturale potrebbe sembrare anche simpatico e rispettoso. Ma prima di pensarlo aspettate e chiedete indicazioni stradali: non ammetteranno mai di non sapervi aiutare, e vi daranno suggerimenti confusi e sbagliati, per poi fuggire rossi di vergogna.

Nella vita, però, è importante imparare a dire dei “no”. E visto che la parola iie è quasi tabù, il parlante giapponese ha a disposizione un frasario complesso, ampio e ricco di sfumature a seconda del livello di educazione che si vuole mostrare.

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IL MONDO DIASPORIZZATO. IMPARIAMO A VIVERE INSIEME

“Ogni città è una collezione di diaspore: di religione, di linguaggio, di culture, di etnie.

Non esiste un ricetta per l’integrazione”

(Bauman)

 

LIBERARE LA FORMAZIONE

La metafora del titolo, Liberare la formazione, vuole proporre un percorso che recupera e valorizza la grande tradizione storica della formazione in Italia, di cui è portatrice, da quaranta anni, l’AIF. Si tratta ora di far emergere, da questa tradizione, risposte a cogenti bisogni presenti, e ad esigenze emergenti, basilari per il nostro futuro personale, per il futuro del nostro paese e del mondo.
La formazione è stata intesa essenzialmente come ‘formazione aziendale’, ma oggi le aziende non sono più in grado, o non sono più interessate, a farsi carico di vasti piani formativi, mentre assume importanza crescente la formazione finanziata. La formazione è stata essenzialmente formazione erogata in aula, mentre oggi le modalità formative, supportate da diverse tecnologie, si moltiplicano. La formazione è stata rivolta a intere popolazioni aziendali, a gruppi di persone, mentre oggi si va diffondendo, e appare sempre più necessaria, la formazione costruita sui bisogni e sulle aspettative di una singola persona. La formazione si è fondata su una netta separazione dei ruoli di docente e discente, mentre oggi appare sempre più un processo che coinvolge attori che sono al contempo docenti e discenti.
La formazione è stata intesa come formazione rivolta a persone dotate di un ‘posto di lavoro’. Ma oggi sempre di  più appare importante pensare ad una formazione rivolta a coloro che non hanno lavoro.
La formazione è stata intesa, in senso stretto, la formazione degli adulti, ma oggi appare particolarmente importante guardare, con uguale attenzione, alla formazione dei giovani, degli adulti, e di coloro che sono, con sempre meno motivi, considerati ‘anziani’.
Liberare la formazione dalle consuetudini significa sprigionarne le potenzialità. La figura del formatore, così, nata come ‘formatore aziendale’, può essere intesa in senso più lato, fino ad abbracciare tutti coloro che nella Scuola, nell’Università, e in genere nella società, si occupano di apprendimento e di trasferimento delle conoscenze.
La formazione apparirà così come fonte di spazi di libertà per ogni cittadino.

Nel pomeriggio del 13 novembre darò il mio contributo in uno spazio intitolato “FORMAZIONE ALLA LIBERTÀ: ETICA, VOCAZIONE E SCELTE DI VITA”

Dialogherò con la collega Emanuela Trevisi, della Fondazione ASPHI Onlus sul modo in cui i processi formativi possono supportare i disabili e le aziende ad agire in una logica di inclusione. Si vedrà come le tecnologie e gli strumenti informatici possano favorire processi di democratizzazione ed emancipazione. Quando la formazione è inclusiva, infatti, è progettata per tutti. Si ragionerà in una logica di formazione partecipativa che ci permetta di sviluppare una formazione democratica per una società più democratica.

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