“PAURA È IL NOME CHE DIAMO ALLA NOSTRA INCERTEZZA, ALLA NOSTRA IGNORANZA DELLA MINACCIA…”

“La paura più temibile è la paura diffusa, sparsa, indistinta, libera, disancorata, fluttuante, priva di un indirizzo o di una causa chiari; la paura che ci perseguita senza una ragione, la minaccia che dovremmo temere e che si intravede ovunque, ma non si mostra mai chiaramente. ‘Paura’ è il nome che diamo alla nostra incertezza, alla nostra ignoranza della minaccia, o di ciò che c’è da fare”. […]

“Le occasioni di aver paura sono una delle poche cose che non scarseggiano in questi nostri tempi tristemente poveri di certezze, garanzie e sicurezze. Le paure sono tante e varie. Ognuno ha le sue, che lo ossessionano, diverse a seconda della collocazione sociale, del genere, dell’età e della parte del pianeta in cui è nato e ha scelto di (o è stato costretto a) vivere. Il guaio è che tali paure non sono tutte uguali fra loro. Dato che arrivano una alla volta, in successione ininterrotta ma casuale, esse sfidano i nostri (eventuali) sforzi di collegarle tra loro e ricondurle alle loro radici comuni. Ci spaventano di più perché risultano difficili da abbracciare nella loro totalità, ma ancor di più per il senso di impotenza che suscitano in noi. Non riuscendo a comprenderne le origini e la logica (ammesso che ci sia), ci troviamo al buio e incapaci di prendere provvedimenti – e, a maggior ragione, di prevenire o contrastare i pericoli che esse ci segnalano. Siamo semplicemente privi di strumenti e capacità a tal fine. I rischi che temiamo trascendono la nostra capacità di agire; finora non siamo nemmeno riusciti a definire chiaramente come dovrebbero essere gli strumenti e le capacità adeguate – e dunque siamo ben lontani dal poter iniziare a progettarli e realizzarli. Ci troviamo in una situazione non molto diversa da quella di un bambino disorientato; per riprendere l’allegoria utilizzata tre secoli fa da George Christoph Lichtenberg, se un bambino urta contro un tavolo, dà la colpa a quest’ultimo, mentre per casi simili noi abbiamo coniato la parola “destino” contro cui lanciare accuse”.

(Zygmunt Bauman, “Paura liquida”, editori Laterza, 2008)

LE EMOZIONI NEGATIVE IN UFFICIO

La scienza ha dimostrato come il nostro cervello sia predisposto al contagio emotivo. Le emozioni sono trasmesse in una sorta di rete wireless, attraverso i cosiddetti neuroni specchio, speciali cellule nervose che permettono di entrare in empatia, sintonizzarsi con gli altri. Raccogliendone anche i malumori, la negatività, lo stress, l’incertezza, la paura. Secondo una ricerca dell’Università della California se nel nostro campo visivo c’è qualcuno che sta provando ansia, siamo portati a sperimentare la stessa sensazione. Esiste una sorta di stress passivo che, come il fumo inalato in modo involontario, ha effetti significativi sui nostri sistemi nervosi. Così, il malumore di un collega in ufficio, può contagiarci. Siamo predisposti ad afferrare segnali sottili nelle persone intorno a noi che possono avere effetti enormi. Riusciamo a cogliere indizi non verbali, visivi, e non solo: è stato provato che i sensi dell’olfatto percepiscono l’odore di sudore indotto dalla tensione e addirittura il cervello è in grado di rilevare se si tratta di stress elevato o basso.

L’ansia “di seconda mano” è il risultato della nostra capacità di percepire potenziali minacce nell’ambiente. Alcuni studiosi ritengono che le emozioni negative sono più facili da catturare perché nel nostro passato la sintonizzazione con dolore, disgusto e paura era legata alla sopravvivenza. Ultimamente si sta studiando anche il contagio emotivo in una dimensione del tutto nuova, quella del mondo digitale. Dove è assente la comunicazione non verbale ma in modalità diverse è possibile diffondere virus emotivi, far circolare stati d’animo.

EMOZIONI POSITIVE, MIGLIORI RISULTATI
Gli effetti delle emozioni positive in azienda sono stati ampiamente studiati, dimostrandone la correlazione con il raggiungimento degli obiettivi. Le sensazioni piacevoli allargano il pensiero, ampliano i repertori comportamentali, sono legate ad una maggiore probabilità di comportamenti prosociali, formano e migliorano i rapporti. Rafforzando l’attaccamento al gruppo, aumentando la fiducia, migliorando il clima. Colleghi e superiori “positivi” hanno effetto energizzante, motivante e stimolante. Ma si è visto anche che è l’autenticità del leader, la capacità di esprimere veramente ciò che sente, compresi dubbi, incertezze, difficoltà, a migliorare il clima emotivo e la resa lavorativa. Creando team produttivi.

LA NEGATIVITA’ OSTACOLA LA PRODUZIONE
Interagire con persone – colleghi o capi – che trasudano energia tossica è invece decisamente pesante. Atteggiamenti negativi, come critica, polemica, proteste, risposte sprezzanti ma anche lamentele, chiacchiere senza finalità propositive di un collega, hanno ripercussioni negative su chi ascolta. Stress, tensioni e malumori facilmente infettano tutti, attraverso “virus emotivi” dai risvolti mentali e fisici.

Siamo emotivamente tutti connessi, in un certo senso. Anche in ufficio, benché in molti casi tentiamo di alzare muri. Ma saper cogliere gli stati d’animo degli altri non significa per forza esserne travolti. Dal mimetismo automatico delle emozioni si può uscire rafforzando il nostro sistema immunitario emotivo. Come evitiamo il fumo e sappiamo di doverci lavare le mani dopo aver frequentato ambienti pubblici, così possiamo imparare a proteggerci dalla negatività. La consapevolezza, è la chiave. Diventare coscienti dei meccanismi di contagio può ridurne l’impatto.

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