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Intervista al Premio Olivetti

Intervista rilasciata alla I° edizione del Premio AIF Adriano Olivetti, di cui ero giurato valutatore per la sezione Etica & Responsabilità Sociale.

L’intervista verte sulla frase-traccia “Il valore della persona nel processo formativo moderno”, ed è stata registrata a Milano il 19 novembre 2015.

La moneta a chilometro zero

Soldi virtuali per acquistare beni e servizi. Dal Sardex al Dropis: ecco i soldi che non tintinnano. Si allarga il fenomeno dei sistemi di pagamento “virtuale”, una sorta di convenzione bancaria per scambiarsi beni e servizi. L’euro non scompare: serve per pagare Iva, imposte e contributi. E l’evasione fiscale è impossibile.

Vivere (bene) senza denaro La moneta a chilometro zero

Se pensate che qui, in Italia, non si possa vivere senza l’euro, andate in Sardegna. E provate a dire in giro che voi pagate in Sardex. Cosa? A parte benzina, farmaci ed energia elettrica, potrete comprare tutto, sia beni che servizi. E quindi alberghi, dentisti, falegnami, elettricisti, meccanici, consulenti di marketing, sale congressi, corsi di lingua inglese, pubblicità sui giornali locali, vestiti, mobili, ristoranti e persino la connessione Internet. Oltre al cibo, vino e carni, tutto rigorosamente sardo, come il resto. Il Sardex è la “moneta a chilometro zero”. Solo che non è una moneta, nel senso che fisicamente non esiste, non ne hanno stampato nemmeno una banconota: esiste solo su Internet.
E quindi potremmo dire che tutti i Sardex in circolazione – oltre un milione, ma il dato cresce ogni giorno – stanno su un server, un computer in un piccolo comune agricolo tra Cagliari e Oristano: Serramanna. Qui, in un bel casolare, l’hanno inventato quattro ragazzi, sardi naturalmente, non solo di nascita, ma di cultura. Fieri della loro terra. Quattro ragazzi che si erano stufati di sentirsi dire che i sardi sono “pochi, matti e divisi” come al tempo degli aragonesi; o che se un sardo deve chiedere qualcosa a dio sapendo che un suo vicino avrà il doppio, il sardo dirà: dio, cavami un occhio. Luoghi comuni. Il Sardex lo sta già dimostrando. Perché si basa su due principii di vita: il primo è che se il tuo vicino guadagna, stai meglio anche tu; e il secondo afferma che nessuno se ne va col bottino e nessuno resta solo. Sembra il nuovo vangelo. Ma uno di quelli apocrifi, come vedremo.
Questa parabola inizia nel 2006: Carlo Mancosu, Piero Sanna, Giuseppe e Gabriele Littera sono in giro per l’Europa e la sera si sentono su Skype. Non hanno studiato economia ma sono affascinati dal tema delle monete complementari, le alternative currencies. Nel mondo ce ne sono centinaia, spinte dal web e dalla fiducia reciproca invece che da una imposizione legale. Secondo il Wall Street Journal, con la crisi di dollaro ed euro, rappresentano un possibile futuro dell’economia. Alcune sono molto controverse, al limite della legalità, come i Liberty Dollars o i Bitcoin; altre stanno avendo un buon successo come il Res belga o la sterlina ecologica di Brixton.
In Italia il fenomeno non è nuovo, racconta Pierluigi Paoletti, 52 anni, ex consulente finanziario dall’aria mite che oggi guida un piccolo movimento che sostiene da tempo cose non molto diverse da quelle di Occupy Wall Street. Per esempio: “La moneta è solo un sistema di sopraffazione che serve a fare i ricchi più ricchi”. Torniamo alla storia. “Il primo esperimento italiano – ricorda Paoletti – risale al luglio del 2000 quando il giurista Domenico Auriti, che si batteva contro l’usura, emise il Simec nel suo piccolo comune natale di Guardiagrele, in Abruzzo; decise che valeva il doppio delle lire, i pensionati si entusiasmarono per questa improvvisa iniezione di liquidità ma la guardia di finanza ne decretò bruscamente la fine. Tre anni dopo in Calabria il presidente del parco dell’Aspromonte Tonino Perna fece stampare alla Zecca dello Stato l’Ecoaspromonte: era bellissimo, troppo forse ed ebbe breve vita”. Arriviamo così al 2007 a Napoli: l’associazione Masaniello, che si ispirava alle cose che Paoletti scriveva in rete sul suo blog centrofondi. it stampa gli Scec, “lo sconto che cammina”. Spiega Paoletti, che oggi guida l’arcipelago Scec fatto di 10 mila associati con duemila imprese: “Formalmente e fiscalmente è uno sconto. In realtà è un dono che tu fai a un altro membro della comunità affinché lui spenda i suoi soldi lì”.
I modelli sono tanti, quindi. Ma nell’estate del 2006 i quattro ragazzi sardi si entusiasmano per l’antica vicenda del Wir, una moneta creata in Svizzera da 16 imprenditori per superare la crisi del ’29: oggi rappresenta una rete di 80 mila aziende locali. La Sardegna potrebbe fare lo stesso, pensano. E nel luglio del 2009 varano il Sardex: per semplicità decidono che un Sardex varrà un euro ma spiegare la moneta senza moneta non è affatto semplice. Ci vogliono nove mesi a mettere a segno la prima transazione: da allora è un crescendo continuo, 420 aziende affiliate e un totale delle transazioni quadruplicato in un anno.
Come funziona una moneta che non c’è? “Come una camera di compensazione di crediti e debiti”, spiegano. Quando un’azienda entra nel circuito le vengono assegnati dei Sardex: “È un fido bancario ma senza interessi”. L’assenza di interessi è un punto fondamentale: non si fa denaro con il denaro, i soldi servono solo a scambiarsi beni e servizi. Questa apparente eresia si chiama finanza etica. E quindi i Sardex assegnati a chi aderisce rappresentano l’importo di beni e servizi che ciascuno è disposto a vendere e a comprare nel network. Entro dodici mesi, quella posizione va pareggiata: se una azienda è in difficoltà si muovono tutte le altre e se proprio è impossibile tornare in pareggio – ma non è ancora mai accaduto – la posizione viene saldata in euro. È questo intervento umano che fa dire al loro presidente Gabriele Littera, 26 anni, che “non abbiamo dietro un algoritmo, ma relazioni, cioé i nostri broker, che cercano di far combinare affari aiutando chi è più debole. La tecnologia è un ausilio”.
L’euro però non scompare: e non solo perché ogni azienda decide di usare i Sardex per smaltire le possibili giacenze di magazzino, i probabili tavoli vuoti al ristorante, le ore inoperose di un artigiano. Ma perché in euro si pagano l’Iva, le altre imposte, i contributi previdenziali. E questo rende il business legale oltre che trasparente (l’evasione nel mondo dei Sardex è impossibile essendo tutto tracciato in tempo reale).
I veri vantaggi sono altri, però. “La ricchezza resta sul territorio e vengono valorizzati i prodotti locali”. E con la crisi in corso non è poco. Per questo il Sardex va. Renato Soru, l’inventore di Tiscali, ne è un sostenitore entusiasta e prevede una espansione in tutta Italia: in Sicilia sta partendo un network gemello che si chiama Sicanex; a Torino in consiglio comunale il Popolo della libertà e i grillini concordano sulle necessità di creare il Taurino; e a Nantes, in Francia, due italiani sono al lavoro per creare il Bonùs.
Qualcosa sta cambiando insomma. E molto. Lo scorso 8 dicembre Giuseppe Littera si è messo la coppola ed è andato alla City di Londra dove è stato invitato a svelare l’arcano sardo a una platea di investitori internazionali; nel frattempo i dirigenti della Banca Centrale dell’Ecuador sono stati qualche giorno a Serramanna per imparare. E finalmente sono arrivati i soldi (in euro) di un venture capital per sviluppare il progetto con obiettivo stratosferico: in dieci anni transare il 10% dell’economia sarda, due miliardi e rotti di euro.
Ci riusciranno? Dipende da come andrà il passaggio da moneta fra aziende (com’è adesso) a moneta per consumatori, previsto in primavera. Prima però è previsto un lancio atteso con molta curiosità in questo mondo: quello del Dropis. Un sistema con il quale ciascuno diventerà banca centrale di se stesso. Lo stanno realizzando due giovani italiani, Sebastiano Scrofina e Dario Perna che stanno scrivendo righe su righe di codice per realizzare una moneta peer-to-peer senza confini: “Sarà lo Skype dello banche”, sogna Scrofina, forte del recente sostegno di due investitori storici del mondo internet italiano. Il Dropis funzionerà così: chiunque voglia vendere qualcosa in rete, si assegna via Internet dei Dropis pari al prezzo che vuole incassare. “I Dropis sono baratti di promesse” spiega Scrofina. Che valore hanno? “Quello che uno gli vorrà riconoscere. Quei soldi sono garantiti dai beni o servizi disponibili e sono subito spendibili in rete per chi li vuole accettare. È troppo poco? Con la crisi di liquidità che c’è in giro, è moltissimo”. Comunque vada a finire, l’impressione è che la guerra all’euro sia appena iniziata.

Considerazioni finali:
1) Dietro le alternative currencies spesso ci sono dei giovani: i quattro che hanno creato il Sardex, sono appena arrivati a 30 anni; i due che stanno lavorando a Dropis ne hanno di meno.
2) Quasi sempre chi ha dato vita a una moneta complementare non è un economista e, sebbene il sistema abbia richiesto molte ore di scrittura di codice, si tratta di programmatori informatici autodidatta.
3) Sardex, Scec e Dropis, pur rientrando nella stessa categoria, sono molti diversi. I Sardex per adesso sono una camera di compensazione di crediti e debiti fra aziende sarde. Gli Scec, di cui esistono le banconote, sono un sistema di sconti. I Dropis saranno (la beta è prevista a febbraio) “un baratto di promesse” online, una moneta peer-to-peer. Sui Sicanex siciliani e il Taurino non si sa ancora abbastanza.
4) Sono tutti legali, così almeno pare. Con i Sardex, imposte e contributi si continuano a pagare in euro. Con gli Scec, si parla di sconti, o di doni. I Dropis invece si ispirano al baratto che in Italia non è tassato.
5) Queste esperienze stanno ricevendo incoraggiamenti concreti da alcuni esponenti importanti della scena IT italiana: Dpixel di Gianluca Dettori ha investito in Sardex per finanziare lo sviluppo che lo porterà da moneta fra aziende (B2B) a moneta anche per i consumatori (C2B). Dropis vede come angel Stefano Quintarelli e Federico Feroldi.

(Riccardo Luna)

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ETICA DELLE IMPRESE? NASCE LA GUIDA AMERICANA AI RISTORANTI ETICI


Un decimo della forza lavoro americana serve ai tavoli di bar, tavole calde, ristoranti e fast food: un esercito di lavoratori di oltre 10 milioni di persone, le cui condizioni di lavoro non sempre rispettano le leggi in termini di igiene, sfruttamento, paghe e trattamenti previdenziali. Per questo motivo, la Rocu, Restaurant Opportunities Center United, unico sindacato nazionale di categoria statunitense, ha appena pubblicato la prima guida annuale ai ristoranti “etici”, quelli i cui camerieri e inservienti vengono trattati a norma di legge. Invitando chi esce a pranzo o a cena, a scegliere non solo in base a menu, ingredienti, prezzo e vicinanza geografica il locale, ma a ricordarsi di “mangiare con coscienza” anche per rispettare il lavoro di chi serve ai tavoli o aiuta in cucina.

LA GUIDA – Si chiama National Diners’ Guide 2012: A Consumers Guide on the Working Conditions of America’s Restaurants e si può anche scaricare dal web in pdf. Per cominciare, nella sua prima edizione cui seguiranno aggiornamenti annuali, ha indagato sulle condizioni di 186 tra catene di ristoranti e tavole calde d’America. Ci sono molte delle grandi catene famose in tutto il mondo, come Mc Donald’s (che da sola impiega oltre 66mila persone solo negli Stati Uniti) o Starbucks, oltre a catene di ristoranti americani e indirizzi gourmet di grandi ristoranti stellati, presenti sulle migliori guide del mondo. Questa volta però non c’è traccia del menu: le stelline riguardano invece 4 categorie precise, tutte legate alle condizioni di lavoro dei suoi dipendenti.

IL GIUDIZIO – Le domande a cui ha risposto il sindacato nel compilare la guida sono 4: il ristoratore concede la malattia pagata ai suoi camerieri? La paga oraria è di almeno 9 dollari l’ora per chi non gode anche delle mance? O di almeno 5 dollari orari per chi invece aggiunge anche la mancia al suo stipendio? Esiste un programma di crescita professionale e di avanzamento di carriera, o di scatti di anzianità? Tra gli oltre 150 ristoranti osservati, però, sono molto pochi quelli in cui vengono rispettati i 4 concetti basilari richiesti dall’associazione di categoria. Sfogliando la guida, la maggioranza di catene rivela molti “zero” e simboli negativi. A sorpresa, spiccano per il responso negativo grandi nomi come Domino’s Pizza, Hard Rock Cafè, KFC, Mc Donald’s, Nobu per il sushi e Olive Garden per la cucina italiana, Starbucks e Taco Bell. Mentre salendo in qualità e prezzo della cena, è più facile trovare qualche esempio positivo: tra questi si distinguono per il buon trattamento dei dipendenti The Chaya, gruppo californiano di ristoranti a tema cucina asiatica, ma anche il gruppo Colors di New York, il Local di Los Angeles, o il gruppo di ristoranti alla moda della società Union Square di New York.

Eva Perasso

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