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ALLENARSI ALLA NEGOZIAZIONE CON I CAPRICCI DEI FIGLI

Una figlia, normalmente alle 9 di sera alla fine di una giornata lunga e pesante, chiede al malcapitato genitore di comprarle l’ennesima bambola. Si sente dire di no, ne ha già dieci, quando va bene gioca con due, a cui più che a cambiare gli abiti si diverte a amputare gli arti.

Benissimo, sappiamo che piega prenderà la discussione. La creatura insisterà, con la dispotica innata tenacia di cui solo i bambini dispongono, che certamente non si fermano di fronte a un timido no. Che siano la stanchezza, il senso di colpa genitoriale o le doti dialettiche della creatura, il genitore alla fine cede, ma con riserva: la bambola no, vada per un puzzle, illudendosi di aver tenuto il punto e anche di contribuire allo sviluppo dell’intelletto della creatura. Ovviamente la piccoletta accetta di buon grado, pronta l’indomani a partire nuovamente all’attacco per ottenere ciò che veramente la interessa: la bambola.

Sedata la creatura nel letto, l’eroico genitore si accascia a quel punto sul divano, guardando l’altro co-artefice della creatura con una sorta di autocompiacimento e un ghigno di soddisfazione dipinto sul volto – «Visto come si allevano i figli?»- fiero di aver tenuto il punto perché la bambola non è stata comprata.

Già, resta però un dato: da un parte se la fanciulla non ha ottenuto quello che voleva, ha pur sempre ottenuto qualcosa a cui fino a cinque minuti prima non aveva neppure diritto. Qualcosa che ancora peraltro non la soddisfa pienamente, ma 1 è sempre meglio di 0, mentre dall’altra il genitore crede di non avere concesso e di avere saputo tenere il punto.

Se si riflette, il convincimento del genitore è distorto: non è perché non ha dato alla figlia ciò che essa chiedeva che non ha concesso. Ha comunque concesso qualcosa. Che cosa aveva la bimba prima di iniziare la trattativa? Nulla. A che cosa aveva diritto? A nulla. Partiva da zero. Il genitore ha concesso, eccome!

GENITORI VS INSEGNANTI = SCONFITTA DELL’EDUCAZIONE

«La colpa non è dei maestri, che coi pazzi devono fare i pazzi. Infatti se non dicessero ciò che piace ai ragazzi, resterebbero soli nelle scuole… E allora? Degni di rimprovero sono i genitori che non esigono per i loro figli una severa disciplina dalla quale possano trarre giovamento… Essi devono abituare gradualmente i giovani alle fatiche, lasciare che si imbevano di letture serie e che conformino gli animi ai precetti della sapienza… Invece i fanciulli nelle scuole giocano». Questa famosa citazione, scelta di recente dal prof-scrittore Alessandro D’Avenia per parlare dello stato dei rapporti genitori-insegnanti-ragazzi nella scuola di oggi, non è altro che un’invettiva che si trova nel Satyricon di Petronio. Voleva descrivere la decadenza dell’educazione in una società decadente.

Ma è ottima per riflettere anche oggi di fronte al lungo elenco degli episodi di violenza — soprattutto tra adulti — che si ripetono nelle scuole in tutta Italia: Catania, Ostia, Macerata, Bologna, Enna, e sono solo i casi finiti con denunce e intervento dei medici e dei magistrati. Scazzottate, insulti, minacce, episodi rabbiosi che finiscono per essere reati.

Non solo, quello che è davanti agli occhi di chi va a scuola è che sempre più spesso genitori e insegnanti hanno rotto quell’alleanza che è alla base dello sforzo di far crescere i ragazzi, sui quali troppo spesso si riverberano gli effetti di questa crisi. La questione non è soltanto italiana: in Inghilterra la principale causa per la quale gli insegnanti lasciano la professione è lo stress dello stare in classe, affrontare ragazzi e genitori sentendosi oggetto continuo di giudizio e pre-giudizio. In Francia lo scontro professori-genitori giova ai bilanci delle assicurazioni: un insegnante su due ha sottoscritto una polizza in caso di denuncia.

Che cosa è successo? La professoressa Bruna Grasselli, dell’Università RomaTre, nel suo saggio Vita di relazione con alunni, insegnanti e genitori lo chiama il «disordine della comunicazione» che rende insopportabile «la fatica emotiva dell’insegnare». Colpa dei genitori che rinunciano alla funzione educativa, come sostengono nelle scuole? Colpa degli insegnanti che non sanno fare il proprio mestiere, non sono preparati e non collaborano, come rispondono i genitori? Nel suo libro La famiglia adolescente lo psicanalista Massimo Ammanniti ragiona su come è cambiata la dinamica nelle famiglie: «Ci sono meno figli, i genitori investono molto su di loro in un atteggiamento narcisistico che crea anche complicità genitore e figlio per arrivare al successo. Le parole impegno, responsabilità, lavoro passano in secondo piano, i genitori “hanno bisogno” dei risultati dei figli e non sono disposti ad affrontare il conflitto. Ecco che, in questo quadro, la colpa è sempre degli insegnanti che non riescono, secondo i genitori, a fare abbastanza per i loro tesori: un eventuale fallimento non è del figlio ma del suo professore».

Gestire la convivenza in classe e fuori resta la più grande paura degli insegnanti. Secondo uno studio della Fondazione Agnelli, che qualche anno fa ha interrogato 15 mila insegnanti appena assunti, la più grande ansia diffusa tra i prof è quella di come gestire la classe e la comunicazione con le famiglie. Meno di un insegnante su due si sente in grado di interagire con i genitori come si dovrebbe e vorrebbe, pochi di più si sentono in grado di lavorare bene in équipe con i colleghi. E più o meno la stessa percentuale di insegnanti si sente impreparata a gestire le nuove tecnologie, segnando così non solo un divario emotivo ma anche uno generazionale con i propri studenti, in un sistema scolastico — il nostro — che tende a formare insegnanti sempre uguali a se stessi.

«Se i genitori non sono pronti ad accettare gli insuccessi dei propri figli — spiega ancora Ammanniti —, è vero anche che gli insegnanti si trovano di fronte a ragazzi più rapidi di loro nell’uso delle tecnologie, in una scuola ancora organizzata come lo era negli anni Cinquanta sia fisicamente, penso alla disposizione della classe, sia come modalità di insegnamento. Al di là delle riforme, sarebbe proprio questa una delle priorità da affrontare: rompere le vecchie rigidità e aggiornare le modalità di insegnamento, soprattutto per i ragazzi adolescenti».

Fonte

NO AI GRUPPI DI GENITORI SU WHATSAPP!

“Ma l’esercizio di matematica era a pagina 33 o 35?”. “Mi mandate per favore la foto della pagina da studiare di storia che non abbiamo il libro a casa”. “I soldi per la gita vanno portati entro domani?”. Purtroppo non è il gruppo whatsapp fra compagni di classe, ma quello fra genitori. Una moda che sta diventando contagiosa, dal nido al liceo. Per carità, per i genitori che lavorano è una manna dal cielo: sai in tempo reale tutto quello che sapresti andando a prendere tuo figlio all’uscita da scuola. E riesci anche a parare qualche colpo: almeno la maestra non ti scriverà sul diario che ha dovuto anticipare i soldi del pullman o che al bambino manca il materiale didattico. Eppure c’è qualcosa che non mi convince.

Io non ho ricordo dei miei che chiamassero i genitori dei compagni per avere conferma della pagina da studiare o per chiedere se il giorno dopo ci sarebbe stato un compito. Se avevo scritto sul diario i compiti esatti allora andavo a scuola preparata, altrimenti rischiavo la figuraccia, il brutto voto o la nota sul diario. Certo la sensazione non era piacevole, ma di sicuro serviva a farmi stare più attenta la volta successiva. Oggi mandiamo i bambini a scuola con la rete di protezione. Se cadono, rimbalzano e non si fanno male. A volte anche più della rete: li bardiamo con salvagente, giubbotto gonfiabile, scarpe antiscivolo, parastinchi e casco. Ci assicuriamo che non si facciano male, ma non rischiamo che poi se ne facciano di più crescendo, quando non potremo fare più il gruppo whatsapp con i genitori dei compagni di università o poi con quelli dei colleghi d’ufficio?

E l’aberrazione non finisce qui. Da quest’anno anche la scuola elementare di mio figlio ha adottato il registro elettronico. Alla comunicazione di nome utente e password ho sentito un leggero fastidio, poi dopo qualche settimana, al primo ingresso nel sistema, il fastidio si è trasformato velocemente in disagio. Nel registro scolastico oltre alle assenze, i genitori possono consultare quanto fatto in classe in ogni singola materia, i compiti assegnati e (orrore!) i voti del proprio figlio. Ho chiuso in fretta il tutto come se mi fosse capitato in mano il suo diario dei pensieri.
Ma che roba è? Posso in qualunque momento sapere cosa fa mio figlio prima ancora che lui pensi anche solo se raccontarmelo o meno. Che fine fanno le chiacchiere da cena: cosa avete fatto oggi? Com’è andata la giornata? Ti ha interrogato?

Dove è finita la possibilità di scelta del bambino di raccontare o meno se è stato interrogato o se la maestra ha fatto una verifica a sorpresa? Dove è finita la libertà di confessare a un genitore un’insufficienza o invece decidere di gestirla da solo magari studiando, recuperando la volta successiva e spuntando una sufficienza in pagella?

Li abbiamo deresponsabilizzati con i gruppi di whatsapp e ora togliamo loro anche la scuola della scuola dove si impara a gestire il fallimento, il successo, la comunicazione con i genitori e i rapporti con gli insegnanti. Poi però pretendiamo che siano responsabili, consapevoli, autonomi e pienamente indipendenti quando vanno alle superiori o quando si iscrivono all’università e si devono autogestire.

A scuola in prima elementare si studia l’alfabeto e in quinta si fa l’analisi logica. Allo stesso modo esiste una crescita progressiva delle capacità personali non didattiche. Perché stiamo facendo questo ai nostri figli? Perché stiamo togliendo loro la possibilità di gestire le informazioni che riguardano la loro vita?

La soluzione? Non ne ho. Nel mio piccolo cerco di non chiedere mai conferma dei compiti o di quanto fatto a scuola agli altri genitori e ho spiegato a mio figlio che guarderemo il registro elettronico sempre e solo insieme e quando me lo chiederà lui. Correremo il rischio di non avere una media scolastica da lode, di beccare qualche nota e qualche rimprovero dalle maestre (uso il noi, perché le maestre oggi se la prendono anche con i genitori) e di non essere impeccabili. Ma accidenti se sarà meno noioso. E magari ci guadagnerà anche il nostro rapporto in termini di fiducia reciproca.

[…] Se un’astronauta (donna!) deve andare nello spazio fa un percorso fisico e psicologico per affrontare la missione. Se un calciatore deve affrontare la finale di Champions, si sottopone a una preparazione fisica e psicologica per la partita. La domanda che MI faccio e che VI faccio è: stiamo preparando i nostri figli alla partita che dovranno giocare o alla missione che dovranno affrontare?

(Monica D’Ascenzo Fonte )