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L’EFFETTO DUNNING-KRUGER. Il perchè con internet crediamo di saperla lunga

Come fanno i profili di Twitter che seguiamo a mostrarsi sempre così competenti? Si tratti di geofisica, nazionale di calcio, spending review, carte nautiche, procedura penale o diritto costituzionale, di volta in volta la nostra timeline si riempie di profondi conoscitori del settore. Possibile che ci siano così tanti esperti e siano tutti tra i nostri following? No.

Il fenomeno si potrebbe spiegare con il cosiddetto «effetto di Dunning-Kruger». Risultato di uno studio di psicologia sociale diventato ormai un classico: Unskilled and Unaware of It: How Difficulties in Recognizing One’s Own Incompetence Lead to Inflated Self-Assessment, una ricerca condotta nel 1999 da David Dunning e Justin Kruger della Cornell University. In che cosa consiste l’effetto? «Tendiamo ad avere un’opinione alta nelle nostre abilità in molti domini, intellettuali e sociali. Sovrastimiamo le nostre capacità e la nostra incompetenza si estende fino alla mancanza dell’abilità metacognitiva di rendercene conto». In altre parole: chi è incompetente non sa di esserlo. Pensiamo spesso di saperla lunga. Al punto che non ci rendiamo conto di non saperne affatto.

Lo studio prendeva in considerazione il 25 per cento del campione che aveva ottenuto i risultati peggiori nelle diverse prove. Se la reale valutazione dei soggetti corrispondeva a un voto di 12 su una scala da uno a cento, in media gli stessi soggetti davano a se stessi un punteggio di 62. Dunning e Kruger lo definivano «un deficit nelle capacità metacognitive». Si dirà: nulla di nuovo. «Platone individua come la peggiore ignoranza quella che riguarda la propria conoscenza», ricorda Katja Maria Vogt della Columbia University nel primo capitolo del suoBelief and Truth: A Skeptic Reading of Plato (in uscita da Oxford University Press). Dove si cita il brano delFilebo di Platone in cui Socrate afferma: «I più numerosi sono quelli che si sbagliano in relazione alle qualità dell’anima, credendosi migliori per virtù, senza esserlo». E aggiunge: «Tra le virtù la sapienza è quella alla quale i più si attaccano in tutti i modi, riempiendosi di dispute e di una falsa credenza di sapere». […]

Come fare per orientarsi tra informazioni e falsità? «La cosa migliore da fare sarebbe rivolgersi agli esperti», dice Dunning. Facile a dirsi. Per arrivare al punto sono necessari due passi preliminari: innanzitutto si deve riconoscere di aver bisogno di rivolgersi a chi ne sa di più — una prima mossa che appare ardua per l’ignorante inconsapevole. Il passo successivo sta nel riconoscere chi sono i veri esperti tra i sedicenti tali in cui possiamo incappare. A questo scopo possono tornare utili i motori di ricerca e la cosiddetta intelligenza collettiva della rete? «L’aggregazione può aiutare se i giudizi sono basati su pareri autorevoli. Nei nostri studi recenti abbiamo dimostrato che hai bisogno di esperti per trovare gli esperti», risponde lo psicologo. «Tutti sono in grado di individuare chi sono i peggiori, ma spesso individuare imigliori è qualcosa che va al di là delle capacità di un gruppo o di un processo collettivo», dice Dunning. Insomma, Google non ci renderà stupidi, ma non può neanche renderci magicamente onniscienti. Mettiamo si parli di scienza e io non sia in grado di giudicare quale sia il più affidabile tra due blog che citino uno Roberto Giacobbo e l’altro Richard Dawkins. Come faccio a capire chi è l’autorità in quel campo e chi non lo è? «Per capire chi è competente in un determinato settore, devo avere delle conoscenze in quella materia», scrive Dunning.

Le cose si complicano ulteriormente se abbiamo a che fare con la comunicazione scientifica: «Spesso crediamo che dire al mondo che intorno a una questione “c’è il consenso della comunità scientifica” chiuda la discussione». All’incompetente inconsapevole questo può non bastare. «È un’affermazione che funziona per gli scienziati, ma non per un pubblico di non esperti. Spesso il messaggio che arriva è semplicemente che i ricercatori sono d’accordo su un certo punto. E allora?».

Siamo condannati quindi alla prevalenza dell’ignorante inconsapevole? Il professore non è così pessimista: «Le persone possono apprendere come autovalutarsi attraverso l’educazione e l’istruzione». E gli scienziati sanno che l’ignoranza è un motore necessario della ricerca, come mostra il recente Ignorance: How It Drives Science(Oxford University Press) del neurobiologo Stuart Firestein.

Attenti però a non banalizzare l’effetto Dunning-Kruger. Si può avere la tendenza a ridurlo allo slogan: «C’è gente talmente stupida che non sa di esserlo». Troppo facile attribuire l’ignoranza inconsapevole sempre agli altri. «Quella è la porzione visibile di un fenomeno più generale: per ciascuno di noi, non importa quanto competente, è intrinsecamente difficile sapere qual è l’ampiezza di ciò che non sa. È evidente quando abbiamo a che fare con una persona che sa poco e crede di sapere molto. Questo è visibile. Ciò che non vediamo è quando siamo al posto di questa persona e dobbiamo definire la nostra ignoranza più che le nostre conoscenze», ricorda Dunning. Non è quindi il caso di pensare all’incompetente ignoto (a se stesso) come a un alieno: meglio porsi la questione in prima persona. «Ci sono cose che sappiamo di sapere e cose che sappiamo di non sapere. Ma ci sono anche cose che non sappiamo di non sapere», ricorda Dunning. La sua conclusione suona socratica: «I più saggi sono in grado di delineare meglio i confini della propria ignoranza».

Antonio Sgobba

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È INVASIONE DELLE BUFALE ONLINE

È possibile introdurre un «controllo di qualità»?

 

All’inizio il Web era visto come una specie di magazzino globale — un nuovo tipo di biblioteca che metteva a disposizione la summa completa della conoscenza umana. In effetti è questa la forma che è andato assumendo — ma con una differenza: oltre a prendere in prestito quel che troviamo nelle sue ampie raccolte, noi utenti possiamo anche depositarvi i nostri libri, opuscoli e altri scritti — in una pressoché totale assenza di verifiche qualitative.

Questa democratizzazione della raccolta di informazioni — ove accompagnata da accordi istituzionali e tecnologici intelligenti — è stata estremamente utile: ha permesso, ad esempio, la creazione di Wikipedia e di Twitter. Ma ha anche generato migliaia di siti che mettono in discussione dati scientifici, rigettano fatti dimostrati e promuovono teorie della cospirazione. È giunto il momento di introdurre un sistema di controllo della qualità?

Le persone che negano che si stia verificando un riscaldamento globale, che si oppongono alla teoria dell’evoluzione di Darwin, che si rifiutano di vedere il collegamento tra il virus Hiv e l’Aids, o pensano che l’attacco dell’ 11 settembre sia stato frutto di trame interne, hanno ampiamente utilizzato Internet a loro vantaggio. All’inizio il Web permetteva loro di trovare e reclutare chi la pensava allo stesso modo, di promuovere incontri e petizioni per le loro cause. Ora che tanta parte della vita pubblica si è spostata online, sono giunti a manipolare i motori di ricerca, a modificare le voci di Wikipedia, a molestare gli scienziati che si oppongono alle loro teorie e a raccogliere una gran quantità di «prove» digitali che offrono baldanzosamente ai potenziali simpatizzanti.

Un articolo uscito di recente sulla rivista medica «Vaccine» illustra bene il modo di utilizzare la Rete di uno di questi gruppi, il movimento mondiale contro le vaccinazioni, un coacervo di scienziati senza scrupoli, giornalisti, genitori, e personalità note, che pensano che i vaccini possano provocare disturbi come l’autismo, una tesi che la scienza ha dimostrato essere del tutto infondata. Il movimento anti-vaccinazione non è una novità (già nel XVIII secolo vennero sollevate obiezioni di ordine religioso sulle vaccinazioni), ma la facilità di rendersi visibili offerta da Internet, assieme al crescente scetticismo che circonda il sapere scientifico, ha dato a questo movimento grande risonanza. Jenny McCarthy, l’attrice Usa che ne è diventata il volto pubblico, ha ammesso apertamente di aver ricavato «dall’università di Google» gran parte delle sue informazioni sui danni della vaccinazione; e condivide regolarmente queste sue «conoscenze» con il mezzo milione circa di seguaci che ha su Twitter. Scienziati che hanno vinto il Nobel possono solo sognare una platea online di questa portata; Richard Dawkins, forse lo scienziato attualmente più famoso, ha su Twitter solo 300.000 seguaci.

Le comunità che abbracciano teorie pseudoscientifiche o del complotto non sono influenzabili neanche da esperti indipendenti che vogliano aderirvi — la tanto dibattuta «infiltrazione cognitiva» proposta da Cass Sunstein (che ora dirige l’Office of Information and Regulatory Affairs della Casa Bianca). Lo studio di «Vaccine» mostra che i blog e i forum gestiti dal movimento contro la vaccinazione sono aggressivamente censori, ed eliminano tutti i commenti che sostengono i benefici della vaccinazione.

Cosa fare allora? Beh, forse è arrivato il momento di accettare il fatto che molte di queste comunità non perderanno i loro membri più convinti, neanche se verranno bombardate da dimostrazioni scientifiche che provano l’infondatezza delle loro teorie. Per contrastare la loro crescita bisognerebbe rivolgere gli sforzi agli aderenti potenziali, piuttosto che ai militanti.

Chi oggi avvia una ricerca su Google o Bing per verificare se «il riscaldamento globale è reale» o se «vaccinare è rischioso» o «chi è stato l’artefice degli attacchi dell’11 settembre» è a pochi clic di distanza dall’aderire a una di queste comunità. Dato che la censura dei motori di ricerca non è un’idea attraente, che cosa si può fare per garantire che gli utenti sappiano che le informazioni che riceveranno sono probabilmente pseudoscientifiche, non provate dalla scienza?

Le possibilità non sono molte. Una è quella di addestrare i browser a segnalare le informazioni sospette. In questo modo ogni volta che un’affermazione come «la vaccinazione porta all’autismo» appare nei browser, verrebbe evidenziata in rosso — magari accompagnata da un avviso che consiglia di cercare una fonte più autorevole. Si dovrebbe, a questo fine, compilare un database delle affermazioni discutibili, a cui andrebbero opposte le ultime opinioni della scienza — un obiettivo impegnativo che progetti come «Dispute Finder» stanno perseguendo con determinazione.

Un’altra opzione — che non esclude necessariamente la prima — è quella di spingere i motori di ricerca ad assumersi maggiori responsabilità nei confronti degli indirizzi Web che propongono, e a esercitare un controllo editoriale maggiore nel presentare i risultati di ricerche su argomenti come «riscaldamento globale» o «vaccinazione». Google ha già un elenco di temi ricercando i quali si ottengono soprattutto siti che propongono tesi pseudoscientifiche e teorie del complotto: perché non trattarli in maniera diversa dalle normali ricerche? In questo modo, quando il risultato della ricerca fosse tale da indirizzare gli utenti a siti gestiti da pseudoscienziati o teorici della cospirazione, Google potrebbe far apparire un banner rosso che li invita a esser cauti e a consultare un elenco di risorse autorevoli prima di trarre conclusioni. In più di una dozzina di Paesi, Google fa già qualcosa di simile per gli utenti che fanno ricerche su «come morire» o su «suicidio», inserendo una nota rossa ben evidente che invita a chiamare la National Suicide Prevention Hotline. Può sembrare un metodo paternalistico, ma è un paternalismo poco invadente che potrebbe salvare delle vite.

Purtroppo, con la recente adozione del social search — in cui i link condivisi dai nostri amici sui social network di Google sono ai primi posti nei risultati della ricerca — Google si muove in direzione opposta. È ragionevole pensare che chi nega l’esistenza del riscaldamento globale o i benefici della vaccinazione sia «amico online» di chi ha idee simili. In questo modo trovare informazioni che contraddicano le proprie opinioni diventa ancora più difficile. Questo è un motivo in più perché Google faccia ammenda dei suoi peccati e garantisca che agli argomenti dominati dalla pseudoscienza e dalle teorie del complotto venga rivolto un trattamento responsabile.

Twitter @evgenymorozov
(Traduzione di Maria Sepa)

Evgeny Morozov

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Grazie a Leonardo Pecile per la segnalazione.

SAPPIAMO TUTTO, MA CAPIAMO POCO

Ci sono troppe informazioni. Come possiamo gestirle?

«A cosa serve avere tanti libri e librerie se poi non basterebbe una vita intera per leggere solo i titoli?»: se lo chiedeva già nel V secolo a. C. il filosofo Socrate, che possiamo quindi considerare a buon titolo primo teorico dell’«overload informativo», l’eccesso di informazioni che affligge i nostri tempi. E Socrate fu solo il pioniere, anche il matematico e filosofo Leibniz denunciava l’«orribile massa di libri che continua a crescere», mentre Denis Diderot, padre dell’Enciclopedia, scriveva nel 1755: «Con il passare dei secoli, aumenterà il numero di libri, al punto che possiamo prevedere un tempo in cui imparare dai libri sarà difficile come studiare l’universo».

A ricordarci quanto antica sia la questione dell’iper-produzione di sapere è ora lo studioso americano David Weinberger, ricercatore del Berkman Center for Internet and Society di Harvard, nel suo libro, appena uscito negli Stati Uniti, Too big to know. Il titolo (letteralmente: troppo grande per conoscerlo) strizza l’occhio al bestseller sulla crisi finanziaria di Andrew Ross Sorkin Too big to fail: Internet starebbe modificando non solo i meccanismi e i contenuti del sapere, ma il significato stesso di conoscenza.

Con la diffusione di massa dei personal computer è tramontata l’idea classica, legata alle biblioteche, di un sapere verticistico, in cui, calandosi dall’alto nello spazio di una o tremila pagine, solo «l’esperto» può colmare il vuoto di informazioni del lettore-studente.

Weinberger dichiara presto il suo debito con il sociologo Marshall McLuhan: «Trasformare il mezzo attraverso il quale si sviluppa, conserva e comunica conoscenza — scrive — significa trasformare la conoscenza». Così, il celebre slogan «il mezzo è il messaggio», ritorna di profonda attualità.

«Ogni blogger è un medium e ogni lettore è un editor», scriveWeinberger, che mostra come lo spettatore di una partita di calcio, grazie alla tecnologia, sia oggi in grado di vedere i replay in tempo reale e valutare errori e mosse vincenti sulle chat live prima dell’arbitro. Allo stesso modo le notizie che circolano sui social network troveranno centinaia di persone pronte a correggerle, contestarle, arricchirle.

La vecchia cultura del «bisogno di sapere» deve oggi fare i conti con il «bisogno di condividere». Ma qual è il risultato? Weinberger delinea le caratteristiche della conoscenza 2.0: vasta, data la quantità abnorme di informazioni in circolo; senza argini: il web a differenza di una pagina non ha confini; populista perché terreno fertile per propaganda; e instabile perché il nuovo sapere non è frutto di un accordo tra gli esperti — memoria della sintesi aristotelica — ma nasce proprio dal disaccordo di chi partecipa alla discussione.

Secondo lo studioso americano sono le basi della conoscenza ad essere cambiate: i fatti. Fino al XVII secolo questi erano simboli di una teoria, manifestazione di un’idea universale, analogie tra il divino e l’umano. «Prima dell’Illuminismo il termine “fatto” — scrive — aveva il significato di cattiva azione: un omicidio era un fatto, non le Piramidi in Egitto», simboli di un mondo oltre quello terreno.

L’Illuminismo ne rivoluziona dunque il significato restituendo al fatto la natura di fenomeno: è ciò che appare. «I fatti sono costituiti da particolari, non da universali — si legge in Too big to know — ma i nostri antenati disdegnavano il particolare in quanto oggetto della percezione sensoriale, un aspetto che ci accomuna agli animali». Il metodo scientifico prima e la scoperta della statistica poi daranno alla nozione di fatto un significato opposto: quello che si può vedere, dimostrare, contare. Gli uomini sviluppano così un metodo di gestione della conoscenza che porteranno avanti fino alla nascita di Internet: la sottrazione. L’unico modo per orientarsi nel caos dei fenomeni è ridurli, affidando la selezione agli esperti che li scarteranno, analizzeranno e infine decideranno quali di essi possono essere offerti al pubblico.

Ma entra in scena il Web sociale, che ribalta la struttura: i fatti non sono più «unità isolate di conoscenza» ma parte di un network, «ed esistono grazie alla possibilità che hanno gli utenti di condividerli». Nel secolo scorso la tabella utilizzata per dimostrare, ad esempio, che il livello di criminalità in una città fosse diminuito, veniva solo menzionata all’interno di un articolo. Al lettore restavano due opzioni: fidarsi o non fidarsi dell’autore. Oggi quegli stessi dati sarebbero a disposizione di tutti gli utenti capaci, in questo modo, di verificare la bontà dell’informazione.

Il network è principio primo della nuova conoscenza e i fatti sono «condivisi» perché è l’infrastruttura stessa della conoscenza che lo richiede. La bontà del sapere prodotto online dipende dall’architettura che siamo in grado di costruire. Weinberger spiega: «Da quando la conoscenza è diventata un network, la persona più intelligente all’interno di una stanza non è quella che pontifica in piedi davanti a noi, né tanto meno l’intelligenza collettiva della stanza: la persona più intelligente della stanza è la stanza in sé; il network che connette persone e idee in quello spazio e le proietta all’esterno». Per il filosofo ne deriva un sapere «meno certo ma più umano, meno definito ma più trasparente, meno attendibile ma più inclusivo, meno solido ma più ricco».

È in atto una crisi del sapere che è, allo stesso tempo, esaltazione del sapere: mai c’è stata tanta informazione nel mondo accompagnata, per la prima volta, da un contenitore adatto ad accoglierla. Come gestire la nuova era? Il ricercatore di Harvard intravede due scenari: da un lato la Rete come contenitore di gossip, bugie, rancori e propaganda, capace di rendere più stupidi gli utenti. Il trionfo del «lato oscuro» di Internet temuto da attenti osservatori delle dinamiche online come il «nostro» Evgeny Morozov, gli scrittori Nicholas Carr e Gianni Riotta, il pioniere di Internet Jaron Lanier e il politologo Charles Kupchan, in cui il rischio è che a vincere sia chi urla di più. L’alternativa è lavorare per costruire una «stanza» migliore.

È stato un techno-entusiasta come Clay Shirky, docente alla New York University, a sostenere che la questione non riguarda «il sovraccarico di informazione ma il fallimento del filtro». Ed è qui che la teoria di Weinberger si fa più interessante. Il filosofo spiega che i filtri utilizzati per scremare la quantità di informazioni online hanno seguito fino a oggi due strade: l’aritmetica e il «sociale».

Da un lato algoritmi e formule che permettono a Google di indicizzare i risultati di una ricerca, di correggere in automatico gli errori di un testo o ancora di parlare via Skype con amici lontani. Dall’altra i consigli dei nostri amici sui social network (pensiamo agli «I like» di Facebook), ovvero la selezione operata dai «personal opinion leader» in base a gusti e preferenze.

Nel primo caso i rischi sono quelli paventati da Eli Pariser in The Filter Bubble: un sistema che indicizza le informazioni in modo che vadano a consolidare i nostri stereotipi, in cui la personalizzazione della ricerca porta gli utenti in un universo coerente, dove anche un neonazista o un cannibale troveranno online conferme delle loro teorie e della bontà delle loro pratiche.

Se ci affidiamo invece a un filtro «sociale» sarà il conformismo degli amici a prevalere e lo farà ad uso e consumo del marketing. I filtri sono contenuto. Lavorare per migliorare i meccanismi di selezione della notizia, è fondamentale per migliorare la produzione informativa.

Secondo Weinberger per risolvere il problema dell’overload informativo non bisogna ridurre le informazioni ma aumentarle. Il filosofo è convinto che la strada provata dalle istituzioni del sapere — dai governi ai giornali — di utilizzare la segretezza o il filtro del pagamento per gestire le informazioni sia sbagliata: un tentativo inutile di fermare il flusso della storia. La soluzione di Weinberger si chiama «metadata». Nell’architettura del nuovo sapere l’utente diventa esperto e, analogamente, rende esperto chi legge, quando è capace di fornire le informazioni, i dati, i diversi punti di vista che hanno reso possibile la costruzione della notizia. Un articolo pieno di link che rimandano alle fonti e di contributi audio-video è un modo per migliorare il sapere. Permettere che circoli in maniera pubblica e gratuita insieme a quello prodotto da fonti autorevoli (centri di ricerca, giornali, istituzioni) è la maniera per infondere le qualità del vecchio modo di produrre sapere nel nuovo. E accettare una volta per tutte che non è la sintonia il principio della conoscenza ma la dialettica. Anche stavolta Socrate c’era già arrivato: è nelle differenze, e nel dibattuto maieutico tra le idee che germina il sapere.

(Serena Danna)

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Grazie a Leonardo Pecile per la segnalazione.