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LAVORARE TROPPO NON È FIGO

Il numero di ore lavorate, per chi lavora, in media, continua a calare, un po’ ovunque:
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Quando una persona fa un lavoro che le piace, in cui trova soddisfazioni, economiche, di carriera, di cambiamento del mondo tramite il proprio lavoro, facilmente sposta il proprio tempo sul lavoro togliendolo al resto. Le motivazioni sono molto forti e abbastanza facili da capire, pur se difficili da accettare. I lavori belli sono adrenalinici, portano a un senso di crescita continua, hanno regole di ingaggio che ci mettono nelle condizioni di migliorare e salire. Quando una persona è nella fase di maggior crescita della carriera spesso prova la sensazione che che ogni ora dedicata al lavoro sia un investimento e che lo porterà a una vita migliore.

Dall’altra parte ci sono dimensioni della vita molto diverse: famiglia, amici, sport, hobbies, volontariato, viaggi, cultura (libri, cinema, teatro, arte),  le attività necessarie a vivere (gestione della casa, cucinare, la cura del proprio corpo ecc) . Queste sono in larga parte e nel migliore dei casi dimensioni della vita autoteliche, ovvero dove il loro significato ed eventuale bellezza giace largamente nel momento in cui le viviamo. C’è un po’ di investimento, ad esempio nelle relazioni, ma è la componente minoritaria del fenomeno. Quindi, perché dedicare così tanto tempo al lavoro non va bene? Ci sono due possibili punti di vista per rispondere a questa domanda. Il primo è relativo alla ricerca della felicità e il secondo legato all’efficacia nel lavoro stesso.

 

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ITALIANI, POPOLO DI DOTTORI IN ECONOMIA

Gli italiani sono un popolo di dottori in Economia e di ingegneri. A tagliare il traguardo della laurea in questi due ambiti è quasi uno studente su tre, tra tutti quelli graduati nel 2016. A seguire, in base ai dati del Miur rielaborati dal Sole 24 Ore, i corsi di studio che “sfornano” più laureati sono quelli in Medicina, Giurisprudenza e – in ordine di classifica – quelli nelle materie letterarie.

Restano, invece, una minoranza i titoli di studio conseguiti nel 2016 in ambito scientifico, agrario e chimico-farmaceutico, nonostante siano tra quelli più ricercati dalle imprese italiane secondo l’ultima rilevazione Excelsior (si veda «Il Sole 24 Ore» del 21 agosto scorso). Fa ben sperare, però, proprio per le prospettive dell’occupazione giovanile, il fatto che in queste materie il numero di laureati sia in crescita rispetto al 2015. A segnare un incremento del 15% su base annua sono soprattutto gli agronomi, merito probabilmente delle politiche governative a favore degli under 40 che scelgono questo settore: negli ultimi anni le agevolazioni messe in campo dal ministero delle Politiche agricole e forestali per gli under 40 sono state diverse, per ultima la decontribuzione al 100% per tre anni rivolta a chi avvia un’attività agricola nel 2017, introdotta con l’ultima legge di Bilancio.

L’anno scorso in Italia hanno conseguito la laurea universitaria circa 305mila studenti (diplomati in tutte le tipologie di corso, triennali o specialistiche, vecchio o nuovo ordinamento e lauree magistrali a ciclo unico). Tra questi, ben 22.204 sono usciti da «Scienze dell’economia e gestione aziendale» e 16.800 dalle «magistrali in Giurisprudenza». Sono questi i due corsi di laurea che hanno “prodotto” in assoluto più dottori, seguiti dal corso in «Professioni sanitarie» (infermieristiche e ostetriche), «Ingegneria industriale» e «Scienze dell’educazione e formazione».

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NELLA LINGUA DELLA GIG ECONOMY SPARISCONO I DIPENDENTI

Le startup della cosiddetta gig economy (un modello economico basato su prestazioni lavorative temporanee) sono molto criticate per il modo in cui trattano i loro lavoratori. Aziende come Uber e Postmates sostengono che i loro collaboratori sono lavoratori autonomi o appaltatori indipendenti più che dei dipendenti a tempo pieno. A questa flessibilità si affianca la mancanza di servizi e di sicurezza sul lavoro che i lavoratori si aspettano dalle aziende.

Un’inchiesta recente del New York Times ha scoperto che Uber sta sperimentando le scienze comportamentali per spingere i lavoratori (teoricamente indipendenti) a lavorare più ore, a volte in orari e in posti meno redditizi.

Per poter continuare a dire che il loro personale non è in realtà il loro personale, è importante che queste aziende mantengano questa facciata, sono tutti gli aspetti. Il Financial Times è venuto in possesso di un documento che illustra le linee guida linguistiche di Deliveroo, un’azienda di consegne a domicilio con sede nel Regno Unito. Il documento mostra fino a che punto le aziende della sharing economy si spingono pur di limitare il rapporto di lavoro e le responsabilità verso i loro lavoratori.

 

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