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LAVORARE TROPPO NON È FIGO

Il numero di ore lavorate, per chi lavora, in media, continua a calare, un po’ ovunque:
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Quando una persona fa un lavoro che le piace, in cui trova soddisfazioni, economiche, di carriera, di cambiamento del mondo tramite il proprio lavoro, facilmente sposta il proprio tempo sul lavoro togliendolo al resto. Le motivazioni sono molto forti e abbastanza facili da capire, pur se difficili da accettare. I lavori belli sono adrenalinici, portano a un senso di crescita continua, hanno regole di ingaggio che ci mettono nelle condizioni di migliorare e salire. Quando una persona è nella fase di maggior crescita della carriera spesso prova la sensazione che che ogni ora dedicata al lavoro sia un investimento e che lo porterà a una vita migliore.

Dall’altra parte ci sono dimensioni della vita molto diverse: famiglia, amici, sport, hobbies, volontariato, viaggi, cultura (libri, cinema, teatro, arte),  le attività necessarie a vivere (gestione della casa, cucinare, la cura del proprio corpo ecc) . Queste sono in larga parte e nel migliore dei casi dimensioni della vita autoteliche, ovvero dove il loro significato ed eventuale bellezza giace largamente nel momento in cui le viviamo. C’è un po’ di investimento, ad esempio nelle relazioni, ma è la componente minoritaria del fenomeno. Quindi, perché dedicare così tanto tempo al lavoro non va bene? Ci sono due possibili punti di vista per rispondere a questa domanda. Il primo è relativo alla ricerca della felicità e il secondo legato all’efficacia nel lavoro stesso.

 

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PERCHÉ RIMANDIAMO LE COSE IMPORTANTI?

 

“Se pensate di aprire un libro nell’improbabile momento in cui avrete diverse ore da passare in una poltrona comoda con un bicchiere di scotch”, ha scritto di recente Kevin Nguyen sulla rivista GQ, “allora lo leggerete solo quando avrete diverse ore da passare in una poltrona comoda con un bicchiere di scotch”. Questo è un classico caso di trappola dell’importanza. Di solito pensiamo che la procrastinazione sia dovuta a emozioni melodrammatiche: la paura del fallimento, il terrore di essere giudicati, e così via. Ma a volte non facciamo qualcosa per il semplice desiderio di poterla fare meglio.

Una parente stretta della trappola dell’importanza, almeno per me, è la trappola della coerenza: partire dal presupposto che non valga la pena fare qualcosa fino a quando la vita non ci permetterà di farla sempre. Non ha senso partecipare a un manifestazione di protesta, o riprendere un’amicizia trascurata, a meno che non si possa diventare il tipo di persona che lo fa regolarmente. Ma è assurdo, primo perché fare queste cose vale la pena in sé, e in secondo luogo perché non diventeremo mai il tipo di persone che le fanno sempre se non le facciamo almeno una volta.

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MORIRE DI SUPERLAVORO

In Giappone il tasso di disoccupazione è al punto più basso da 22 anni: 3,1% nel 2016, una quota giudicata fisiologica dagli economisti. Ci sono 143 posti di lavoro per 100 giapponesi disponibili, dicono le statistiche. Ma questi numeri, uniti all’etica del lavoro e alla montagna di ore straordinarie richieste dalle imprese, hanno creato il fenomeno tutto giapponese del «karoshi»: la morte per sfinimento. Dopo l’ennesimo caso il governo ha messo mano a una riforma che prevede un tetto mensile medio di straordinari a 60 ore, con eccezioni di 100 ore per i mesi di grande domanda della produzione. Nel piano anche l’imposizione di 11 ore di riposo tra la fine di un turno e l’inizio del seguente. Attualmente, un impiegato che resta alla scrivania fino alle 11 di notte si ripresenta in ufficio alle 8 del mattino e può andare avanti così per settimane.
L’anno scorso fece un’enorme impressione il suicidio di Matsuri Takahashi, una giovane praticante della grande agenzia di pubblicità Dentsu, famosa per i suoi ritmi forsennati. Matsuri per email si era sfogata con la madre, raccontandole che nei nove mesi in ufficio le era stato imposto di fare 105 ore di straordinario al mese; nell’ultima settimana era riuscita a stendersi nella sua branda del dormitorio aziendale per un totale di dieci ore. Sconvolta, una notte si lanciò nel vuoto dal palazzo della Dentsu. La magistratura del lavoro di Tokyo ha sentenziato che si è trattato di un tipico «karoshi», perché l’espressione è stata codificata.In Giappone il tasso di disoccupazione è al punto più basso da 22 anni: 3,1% nel 2016, una quota giudicata fisiologica dagli economisti. Ci sono 143 posti di lavoro per 100 giapponesi disponibili, dicono le statistiche. Ma questi numeri, uniti all’etica del lavoro e alla montagna di ore straordinarie richieste dalle imprese, hanno creato il fenomeno tutto giapponese del «karoshi»: la morte per sfinimento. Dopo l’ennesimo caso il governo ha messo mano a una riforma che prevede un tetto mensile medio di straordinari a 60 ore, con eccezioni di 100 ore per i mesi di grande domanda della produzione. Nel piano anche l’imposizione di 11 ore di riposo tra la fine di un turno e l’inizio del seguente. Attualmente, un impiegato che resta alla scrivania fino alle 11 di notte si ripresenta in ufficio alle 8 del mattino e può andare avanti così per settimane.
L’anno scorso fece un’enorme impressione il suicidio di Matsuri Takahashi, una giovane praticante della grande agenzia di pubblicità Dentsu, famosa per i suoi ritmi forsennati. Matsuri per email si era sfogata con la madre, raccontandole che nei nove mesi in ufficio le era stato imposto di fare 105 ore di straordinario al mese; nell’ultima settimana era riuscita a stendersi nella sua branda del dormitorio aziendale per un totale di dieci ore. Sconvolta, una notte si lanciò nel vuoto dal palazzo della Dentsu. La magistratura del lavoro di Tokyo ha sentenziato che si è trattato di un tipico «karoshi», perché l’espressione è stata codificata.

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