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L’AUTOREFERENZIALITÀ DI FACEBOOK

I filtri che sui social network selezionano le notizie che potrebbero essere di maggior interesse per un certo utente rischiano di isolare la persona dal confronto con idee che non coincidono con le sue. In realtà però il filtro più potente del flusso di informazioni è l’utente stesso. È la conclusione di uno studio pubblicato su “Science Express”, in cui ricercatori dell’Università del Michigan hanno controllato e confrontato gli effetti degli algoritmi automatici di selezione delle notizie di Facebook e il comportamento di oltre dieci milioni di utenti di quel social network.

Al pari dei motori di ricerca, i social network sono dotati di algoritmi che classificano le notizie, personalizzandole per ciascun utente, sulla base delle precedenti scelte fatte dalla singola persona. Nel caso di alcuni social network questi algoritmi hanno la funzione di scremare fra le notizie pubblicate dagli amici on line solo quelle che potrebbero essere di maggiore interesse per il soggetto. Se le notizie venissero segnalate tutte, il profilo degli utenti sarebbe ingestibile perché sommerso da una quantità eccessiva di informazioni.

Dato che le persone fanno sempre più affidamento sui social media anche per le notizie di carattere politico e sociale, i ricercatori si sono chiesti se questi algoritmi rappresentino potenzialmente una menomazione dello scambio di idee indispensabile a un buon funzionamento della democrazia.

Eytan Bakshy e colleghi hanno così selezionato gli utenti statunitensi di Facebook che avevano espresso le loro preferenze politiche – dichiarandosi liberali o conservatori – su quel social media, per poi determinare che tipo di notizie inserite dai loro amici on line li raggiungevano superando il filtro degli algoritmi. Dall’analisi dei dati èrisultato che gli algoritmi abbassavano di un punto la percentuale delle notizie che avrebbero potuto mettere in discussione le convinzioni dell’utente, rispetto a quelle che gli sarebbero arrivate in assenza dei filtri.

Controllando invece quali notizie venivano cliccate fra quelle arrivate, i ricercatori hanno scoperto una riduzione del quattro per cento nella lettura di quelle che in qualche modo erano problematiche rispetto alle concezioni della persona. In altri termini, le scelte individuali riguardo a quello che meritava di essere cliccato limitavano l’esposizione degli utenti a idee-differenti dalle loro, addirittura molto più di quanto facessero gli algoritmi di Facebook.

Bakshy e colleghi sottolineano che l’impatto degli algoritmi sulla comunicazione pubblica andrebbe comunque monitorato costantemente dato che quello che oggi è un effetto di portata limitata, potrebbe trasformarsi in qualcosa di ben diverso, anche perché gli algoritmi sono costantemente sottoposti a revisione nel tentativo di migliorare la personalizzazione. Considerata la complessità di questi algoritmi sociali, spiegano gli autori, nessuna singola persona è realisticamente in grado di comprenderne in pieno le conseguenze: si potrebbe cioè arrivare a un pesante oscuramento delle opinioni dissenzienti, anche in assenza di qualsiasi volontà censoria di chi ha progettato l’algoritmo.

Infine, come osserva David Lazer della Harvard University in una nota di commento all’articolo, è importante rilevare che la ricerca di Bakshy non permette in realtà di stabilire definitivamente se Facebook e altri social media incoraggino od ostacolino la discussione politica rispetto a quanto avveniva prima del loro avvento. Non disponiamo infatti di dati quantitativamente e qualitativamente paragonabili per il mondo prima di Facebook.

Fonte

 

UFFICIO SENZA SCRIVANIA: ADDIO AL POSTO FISSO

 

Prima ci hanno portato via la sicurezza del lavoro a vita. Adesso ci stanno portando via anche il “posto” di lavoro: inteso come scrivania (e annessa poltroncina). E’ il Financial Timesa segnalare la fine di un’epoca: il tavolo “personalizzato”, quello in cui si posano, oltre al computer e al telefono, le foto dei figli e del partner, la cartolina che ti hanno inviato gli amici dalle Maldive, le matite e le biro preferite, è sulla via di uscita.

Il quotidiano finanziario cita i dati forniti da un’azienda britannica che sta avendo la più rapida crescita nazionale, con un aumento del fatturato del 50 per cento annuo, offrendo proprio scrivanie: a noleggio, un tanto al giorno, perfino un tanto all’ora. Segno che magari ogni tanto in ufficio possono ancora servire: ma appunto ogni tanto. Addio “desk”, allora? Pare di sì. Sebbene non tutto il male venga per nuocere, come suggerisce un’analisi delle statistiche raccolte dalla Condeco, la società che fa soldi a palate noleggiando mobili per ufficio.

Queste le cifre: la maggior parte delle aziende credono di utilizzare il 60-70 per cento dei propri spazi lavorativi, invece ne utilizzano il 38 per cento; 3 dipendenti su 5 si sentono produttivi anche senza lavorare in ufficio; in media le scrivanie rimangono non occupate il 62 per cento del tempo; e il 61 per cento dei “professionisti” passano già parte dell’orario di lavoro fuori dall’ufficio. “La scrivania individuale è un concetto morto”, taglia corto Paul Statham, amministratore delegato della Condeco. E con i prezzi degli affitti che ci sono a Londra (come altrove), occupare spazio in un ufficio con un oggetto obsoleto “è uno spreco enorme”, aggiunge.

Il lato positivo emerge chiedendosi perché la scrivania sia passata o stia passando di moda. Una risposta è che la rivoluzione digitale non obbliga più ad andare in ufficio per lavorare. In Gran Bretagna lavorano da casa 4 milioni di persone, il 14 per cento del totale, in America 1 lavoratore su 5, e si prevede che la percentuale di persone che scelgono l'”home office” aumenterà rapidamente. Computer portatili sempre più piccoli e leggeri, tablet e smart phone rendono inoltre possibile lavorare da postazioni mobili: in treno, al caffè, praticamente ovunque. Non a caso, negli uffici di Google e di tante aziende web, ci sono più divani e pouf che scrivanie: la gente lavora sdraiata, accovacciata, come gli pare. E c’è chi propone di riempire l’ufficio di piante e poster con immagini della natura per umanizzarlo. Le riunioni, per di più, si fanno ormai in collegamento Skype.

Non è solo la scrivania a scomparire, insomma, è la vecchia formula dell’ufficio: chi non preferirebbe lavorare da casa, dal caffè o da un parco, piuttosto che negli “open space” di tanti uffici contemporanei? Del resto stanno scomparendo anche molte delle cose che ingombravano le nostre scrivanie. Matite e biro: a cosa servono? Cartoline: chi ne manda più? Fotografie in cornice? Sono tutte nell’iPhone. Il computer? E’ dentro lo smart phone. Il telefono fisso? Non si usa più. E tuttavia gli esperti ammoniscono che spersonalizzare troppo il posto di lavoro è rischioso: sia per la produttività interna, sia per l’immagine data all’esterno. Ricevere un cliente seduti a un nudo tavolo a noleggio non è la stessa cosa che riceverlo seduti alla vecchia, ingombra, amata scrivania.

VOCE DEL VERBO FACEBOOK

Da “Una vignetta di PV”